Hanno scritto
Terra e Ombra
Un tessuto che si fa metafora e racconto, che raccoglie la grafia casuale di un trauma e lo trasforma in visione estetica, dalla terra all’uomo, dalla scrittura di ombre al bagliore della luce. Basterebbe questo per raccontare, in sintesi, l’ultimissima fase del percorso di Guerrino Siroli, che, da opere densamente pittoriche e venate di suggestioni arcaiche, si è avvicinato ad un’avventura speculativa e poetica che ha toccato il tema della Sindone. Il che, nonostante gli inequivocabili rimandi, non si traduce in una riflessione mistico-religiosa giudaico-cristiana, ma si pone in una prospettiva fortemente estetica, ragionando sulla materia pittorica, sulla struttura narrativa ma anche organica del quadro. In ultima analisi, ed anche paradossalmente, l’interrogarsi di Siroli intorno a questo tema, pur essendo impregnato di valenze fortemente materiche,diventa un discorso concettuale intorno all’essenza stessa della pittura, al suo essere riflesso e specchio del mondo. I suoi Mandylion tutti contemporanei raccontano l’origine dell’iconografia, sono una sorta di punto zero, di narrazione dell’esordio dell’ immagine e di tutte le immagini, quelle che sono passate e quelle che arriveranno. Un racconto laico di ombre e luci che nascono dal caos della terra e si ordinano, stabiliscono delle gerarchie, dei nessi, delle assonanze musicali, dei riverberi sulla tela grazie ad un gesto che non è più strumento dell’impulso, ma diventa riflessivo, ieratico, sacrale. Le grandi tele di tessuto povero ed anche brut– lo stesso che viene usato come base prima di asfaltare una strada – vengono impregnate di pigmenti scuri, di terre, di bitumi, di materia organica, e poi piegate con grande rigore, in modo da lasciare impresse le loro sagome, esattamente come avviene nel test per la personalità delle macchie di Rorschach. Il procedimento è da una parte affidato alla casualità, dall’altro attentamente progettato, pensato e sentito come processo di mente e di cuore. Sulle ombre che hanno addensato i loro umori sulla trama del tessuto, Siroli alle volte agisce con l’inserimento di altre materie. Si comporta seguendo una sorta di iter surrealista ed intervenendo su ciò che emerge direttamente dalla casualità con un apporto personale, legato a quegli eventi da prospettive del tutto soggettive. Non deve stupire, d’altra parte, che molti dei lavori in mostra dichiarino sin dal titolo un’affinità con i sogni: Materia onirica, Immagine onirica, Ombra di luce ( un ossimoro che ha a che fare con le dinamiche oniriche bilogiche date dalla compresenza di elementi opposti). Così si formano e si addensano queste opere di largo respiro, di grande libertà, portatrici di un senso in qualche modo eroico. Perché, e questo è tipico di tutti lavori di Guerrino, sono in qualche modo sempre immense e infinite, consegnano una sorta di vertigine; sono quadri nei quali è possibile perdersi, nei quali la scrittura diventa materia poetica, i grumi di pigmenti e bitumi, le presenze organiche di frammenti di carbone e di polveri arrivano ad identità altre o, per meglio dire, recuperano la loro dimensione primaria e assoluta, quella preclusa alla quotidianità dello sguardo ordinario. È infatti l’occhio di Guerrino la lente attraverso la quale la fatalità degli eventi viene filtrata, raccolta, analizzata, e la mano, abile medium per un processo che rappresenta il versante pittorico di una fiction letteraria, sceglie ciò su cui lo sguardo si muove: può essere un frammento ligneo carbonizzato, una manciata di humus oppure un corpus di pasta cromatica. E questi elementi di poesia primaria diventano l’occasione di un accento, di un dettaglio, di un gesto, di un’accensione luminosa e, nonostante le apparenze, sono sempre preziosi, pensati, calibrati: sono l’esito di un percorso interiore, le tracce lasciate da un daimon personale lungo la strada. Per questo all’inizio si parlava di gesto ieratico: la sua azione non è mai selvaggia,o meglio, lo è solo in apparenza, poiché in realtà tutto è frutto di una misura, di una precisione matematica che avvolge l’ordito e la trama del tessuto, imbeve le paste dense, guida gli addensamenti magmatici, i fremiti segnici. Ma questo gesto non si pone mai in una prospettiva fredda, esclusivamente mentale, non è mai ricognizione algida e cristallizzata del reale. Diventa l’esito di una prassi di cuore e cervello, acuta e sensibile, che registra le oscillazioni di senso, le cattura, le prende per mano per portarle sulla superficie. Quasi Guerrino decriptasse sogni con la stessa sapienza profetica di un antico oniromante e ne mostrasse l’incanto oscuro a tutti noi. Codici svelati e tessiture di una realtà altra, perfettamente nascoste tra le pieghe della nostra vita e assolutamente ignorate dallo scorrere ripetitivo dei giorni, si trovano all’improvviso esposte, rivelate a chi le sa cogliere in tutto il loro mistero, forse mai totalmente essoteriche, aperte, rivelabili. Sono l’attimo prima delle immagini, forse sono immagini esse stesse, ma restano difficili da fermare in un’identità indiscutibile; quei grumi di pulviscoli cromatici, di luci, di ombre, sono il preludio a qualcos’altro, raccontano il trauma, meraviglioso, della nascita. Forse sono l’istante che precede il dolore di un uomo, l’accelerazione di un cuore durante una dichiarazione d’amore, sono la registrazione di quello che sarà un verde stormire di foglie, del canto di un uccello, della luce di un’alba, del soffice tepore dell’humus in primavera, dei profili delle colline, del respiro del cielo notturno. Sono il nostro mondo, i nostri sentimenti. Soltanto un secondo prima. “ Noi siamo fatti della stessa materia dei sogni e da un sogno è coronata la nostra breve vita”, La Tempesta, William Shakeaspeare.
Sabina Ghinassi
Luglio 2008
Comune di Cesena
Ufficio Stampa
Mostra Guerrino Siroli
Ancora una volta le porte del Palazzo del Ridotto si aprono per ospitare le opere di un interessante artista della nostra città. Tra i pittori contemporanei Guerrino Siroli si distingue per la straordinaria capacità di indagare e cogliere i significati più profondi della realtà attraverso particolari che, da apparentemente marginali, diventano fortemente rivelatori. Attraverso una pittura densa e materica, nelle sue tele porta avanti una riflessione sull’essenza stessa della pittura e sulla sua potenzialità di rappresentazione del mondo. Una riflessione che, nel corso del tempo, si approfondisce e si rinnova costantemente, spinta da un amore sincero e intenso verso la propria arte, intesa come potente strumento di conoscenza e di dialogo con la realtà.
Le sue tele, molte delle quali di tessuto povero, chiedono al fruitore di oggi, spesso distratto e di fretta anche davanti alle più grandi opere d’arte, di fermarsi a guardare e a contemplare, di rallentare il passo per cogliere cosa si nasconde tra i tratti di una pittura sapiente, nel gioco tra luci e ombre. Sono sicuro che i tanti cesenati che visiteranno la mostra rimarranno colpiti dalla sua pittura profonda e, allo stesso tempo, composta, che rifiuta gli eccessi per abbracciare i particolari, alla ricerca del senso più ampio a cui essi rimandano nel loro dialogo continuo.
Giordano Conti
Sindaco di Cesena
Il nero della nerezza luminosa
< In fondo al blu c’è il giallo/ E in fondo al giallo c’è il nero,// Un nero che si solleva / E che guarda, / Che non si potrà abbattere come un uomo / Con i suoi pugni>
Eugène Guillevic
Sepolcri imbiancati dall’amore autentico!Nocciolo di un meraviglioso rivelato.
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< si imita con più cuore una realtà che prima è stata sognata> (G. Bachelard). Sono rèveries di una cangiante struttura in cui agiscono dialettiche di intimità, di umide profondità e di superficie: come farfalle notturne che si potenziano nei fossili di luce… Specchi, simulacri, reliquie… Sindone, indumento funebre, parola fortemente evocativa che trasuda sofferenza e morte. Dipinti come contemplazione e racconto di una specularità che è attestazione struggente della sofferenza e della passione di Cristo. Cristologiche sono dunque queste grandi tele dense di materia, come pece, impregnate di “mordenti” atti a trasporre una condizione necessaria. Il concetto di “traccia” intesa come “persistenza”: astrazione per vibrazioni litania che rituali, suggelli temporali a ricomporre i frammenti della prigione del corpo. L’impiego di un materiale inusuale come la carta per l’asfaltatura apre un dialogo sottile nella ricerca di trasfigurazioni tattili che caratterizzano l’opera pittorica di Siroli. Nuova espressività scenica: la tela non è più tela ma espressione metamorfica di una “diversità” che si attua e si esplicità nella ricerca ossessiva di una alterità assimorica. L’ossessione come condizione della ricerca. Stati perturbanti dell’arte.
Conscio e inconscio, dove tutto trascolora nell’atmosfera rarefatta, come a occhi socchiusi, nel silenzio… il razionale restituisce la sua eco all’irrazionale nella trasposizione del non visibile che si fa funzione primitiva e primaria, dunque mitica.
L’eroe che vince il buio e risuscita alla luce, squarcia con la propria spada il ventre della balena che la inghiottito, si ricongiunge al proprio spirito e in questo, e per questo, si rigenera nella natura riconquistata.
Le fauci delle caverne insanguinate e dilaniate si aprono agli squarci di luce, che tagliano come algidi laser. Così sorgono, per accecare illuminando il mito della nascita. Come nuovi sguardi, occhi di ciclope fissi nella voce del tempo.
Marisa Zattini
Febbraio 2009
Prima delle cose
Probabilmente Siroli vede cose a cui noi non facilmente possiamo accedere. Attraverso poche parole o addirittura il silenzio, l’ombra e ovviamente la luce vengono elaborate con una rigorosa precisa scelta di ricorrenti materiali sui quali e con i quali la sua pittura si fonda.
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Istantanee del caos della terra o materiale onirico rendono viva in grumi di pigmenti e bitumi la scrittura, tra virgolette, pittorico poetica di questa instancabile agitatore della materia primaria e per così dire assoluta. Fuori da una normale osservazione quotidiana. Filtro insolito e privilegiato di un gesto, una traccia soltanto di una realtà più interna e misteriosa. Cose immateriali, prima delle cose. Qualcos’altro non so dove liberato dall’oscurità del catrame come una sfida. Un percorso addirittura impossibile perché nero, non visibile. Personalmente reso percorribile nelle strade della vita con l’asfalto più superficiale che tutti giorni si scalda di orme, attese, colori, particolari. Passi, linee contrasti, intonaci, cenere, da destra, come per incanto, ancora da destra. Una trappola incantevole per tutti noi descrittori dell’immortalità.
Carlo Marcello Conti
Maggio 2009
Pittura:Peccato “mortale”
…..In Siroli l’accorparsi dei segni su fondi scabri come di muri, di oscuri luoghi architettonici, e ancora una ricerca di ombre, di impronte, di immagini fuggenti, misteriose come sindoni, dove la luce sfinisce in labili tracce di geometria.
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Per questo sua pittura è calzante l’interpretazione esistenziale di Sabina Ghinassi, dove scrive di codici svelati e tessiture di una realtà altra, perfettamente nascoste tra le pieghe della nostra vita e assolutamente ignorate dallo scorrere ripetitivo dei giorni, si trovano all’improvviso esposte, rivelate a a chi le sa cogliere in tutto il suo mistero…..
Claudio Spadoni
Febbraio 2009
Terra e Ombra
Un tessuto che si fa metafora e racconto, che raccoglie la grafia casuale di un trauma e lo trasforma in visione estetica, dalla terra all’uomo, dalla scrittura di ombre al bagliore della luce. Basterebbe questo per raccontare, in sintesi, l’ultimissima fase del percorso di Guerrino Siroli, che, da opere densamente pittoriche e venate di suggestioni arcaiche, si è avvicinato ad un’avventura speculativa e poetica che ha toccato il tema della Sindone. Il che, nonostante gli inequivocabili rimandi, non si traduce in una riflessione mistico-religiosa giudaico-cristiana, ma si pone in una prospettiva fortemente estetica, ragionando sulla materia pittorica, sulla struttura narrativa ma anche organica del quadro. In ultima analisi, ed anche paradossalmente, l’interrogarsi di Siroli intorno a questo tema, pur essendo impregnato di valenze fortemente materiche,diventa un discorso concettuale intorno all’essenza stessa della pittura, al suo essere riflesso e specchio del mondo. I suoi Mandylion tutti contemporanei raccontano l’origine dell’iconografia, sono una sorta di punto zero, di narrazione dell’esordio dell’ immagine e di tutte le immagini, quelle che sono passate e quelle che arriveranno. Un racconto laico di ombre e luci che nascono dal caos della terra e si ordinano, stabiliscono delle gerarchie, dei nessi, delle assonanze musicali, dei riverberi sulla tela grazie ad un gesto che non è più strumento dell’impulso, ma diventa riflessivo, ieratico, sacrale. Le grandi tele di tessuto povero ed anche brut– lo stesso che viene usato come base prima di asfaltare una strada – vengono impregnate di pigmenti scuri, di terre, di bitumi, di materia organica, e poi piegate con grande rigore, in modo da lasciare impresse le loro sagome, esattamente come avviene nel test per la personalità delle macchie di Rorschach.
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Il procedimento è da una parte affidato alla casualità, dall’altro attentamente progettato, pensato e sentito come processo di mente e di cuore. Sulle ombre che hanno addensato i loro umori sulla trama del tessuto, Siroli alle volte agisce con l’inserimento di altre materie. Si comporta seguendo una sorta di iter surrealista ed intervenendo su ciò che emerge direttamente dalla casualità con un apporto personale, legato a quegli eventi da prospettive del tutto soggettive. Non deve stupire, d’altra parte, che molti dei lavori in mostra dichiarino sin dal titolo un’affinità con i sogni: Materia onirica, Immagine onirica, Ombra di luce ( un ossimoro che ha a che fare con le dinamiche oniriche bilogiche date dalla compresenza di elementi opposti). Così si formano e si addensano queste opere di largo respiro, di grande libertà, portatrici di un senso in qualche modo eroico. Perché, e questo è tipico di tutti lavori di Guerrino, sono in qualche modo sempre immense e infinite, consegnano una sorta di vertigine; sono quadri nei quali è possibile perdersi, nei quali la scrittura diventa materia poetica, i grumi di pigmenti e bitumi, le presenze organiche di frammenti di carbone e di polveri arrivano ad identità altre o, per meglio dire, recuperano la loro dimensione primaria e assoluta, quella preclusa alla quotidianità dello sguardo ordinario. È infatti l’occhio di Guerrino la lente attraverso la quale la fatalità degli eventi viene filtrata, raccolta, analizzata, e la mano, abile medium per un processo che rappresenta il versante pittorico di una fiction letteraria, sceglie ciò su cui lo sguardo si muove: può essere un frammento ligneo carbonizzato, una manciata di humus oppure un corpus di pasta cromatica. E questi elementi di poesia primaria diventano l’occasione di un accento, di un dettaglio, di un gesto, di un’accensione luminosa e, nonostante le apparenze, sono sempre preziosi, pensati, calibrati: sono l’esito di un percorso interiore, le tracce lasciate da un daimon personale lungo la strada. Per questo all’inizio si parlava di gesto ieratico: la sua azione non è mai selvaggia,o meglio, lo è solo in apparenza, poiché in realtà tutto è frutto di una misura, di una precisione matematica che avvolge l’ordito e la trama del tessuto, imbeve le paste dense, guida gli addensamenti magmatici, i fremiti segnici. Ma questo gesto non si pone mai in una prospettiva fredda, esclusivamente mentale, non è mai ricognizione algida e cristallizzata del reale. Diventa l’esito di una prassi di cuore e cervello, acuta e sensibile, che registra le oscillazioni di senso, le cattura, le prende per mano per portarle sulla superficie. Quasi Guerrino decriptasse sogni con la stessa sapienza profetica di un antico oniromante e ne mostrasse l’incanto oscuro a tutti noi. Codici svelati e tessiture di una realtà altra, perfettamente nascoste tra le pieghe della nostra vita e assolutamente ignorate dallo scorrere ripetitivo dei giorni, si trovano all’improvviso esposte, rivelate a chi le sa cogliere in tutto il loro mistero, forse mai totalmente essoteriche, aperte, rivelabili. Sono l’attimo prima delle immagini, forse sono immagini esse stesse, ma restano difficili da fermare in un’identità indiscutibile; quei grumi di pulviscoli cromatici, di luci, di ombre, sono il preludio a qualcos’altro, raccontano il trauma, meraviglioso, della nascita. Forse sono l’istante che precede il dolore di un uomo, l’accelerazione di un cuore durante una dichiarazione d’amore, sono la registrazione di quello che sarà un verde stormire di foglie, del canto di un uccello, della luce di un’alba, del soffice tepore dell’humus in primavera, dei profili delle colline, del respiro del cielo notturno. Sono il nostro mondo, i nostri sentimenti. Soltanto un secondo prima. “ Noi siamo fatti della stessa materia dei sogni e da un sogno è coronata la nostra breve vita”, La Tempesta, William Shakeaspeare.
Sabina Ghinassi
Luglio 2008
Guerrino Siroli tra la memoria e il silenzio
Guerrino Siroli è un pittore che usa il silenzio come materia: un silenzio che riguarda il modo di essere della sua pittura e che ci permette di percorrere i sentieri del suo operare in un mondo dove le urla sono l’abitudine del creativo, per muoversi lungo i sentieri del fare senza esagerazioni e senza brividi, il che significa voler imporre un proprio discorso, fatto di sottigliezze e di intuizioni poetiche, basato non più sulla retorica magniloquente in uso nel contemporaneo, rendendo comprensibile il linguaggio della pittura stessa. Forse il ricordo di Sironi aleggia nelle sue opere ma è più una nostalgia che una realtà.
Un linguaggio simile pretende una gran padronanza dei mezzi pittorici senza ricorrere a quanto è in uso oggi, fatto di sotterfugi formali e di improvvisazioni figurali ridotte più ad un sapore di invenzione e di esagerazione.
La lettura di tale pittura richiede tempi e riflessioni che non sono abituali ai giorni nostri, occorre penetrare nei messaggi occulti, nei pensieri nascosti, nelle intuizioni stravaganti, accrescendo di significati il mondo di Siroli. La difficoltà di tale lettura richiede tempi prolungati e modi articolati per comprendere la qualità del messaggio espresso fuori delle abitudini consuete del modo attuale di intendere la pittura, è nella ricchezza dei significati nascosti che risiede un tempo di percezione ben diverso da quello a cui siamo abituati.
Voglio dire che leggere tale pittura ha la necessità di tempi prolungati e meditati, non accettando assolutamente quanto si pretende oggi da chi guarda un quadro. Altra componente fondamentale di tale opera è il processo della memoria che non si riduce ad immagine stereotipata o improvvisata ma si consuma nei modi che corrodono la struttura primaria lasciando solo un’allusione di immagine non definita e non percepita.

Vale a dire che la memoria corrode tutti gli elementi fondamentali di un’immagine lasciando sussistere solo alcuni dati fondamentali di un oggetto, riducendolo più ad una struttura di sogno o a un dialogo impercettibile, evanescente e vago.
Muovendosi sui dati del silenzio e amalgamando nella memoria quanto si è percepito, nella natura, la pittura di Siroli è determinata più dalle intuizioni che dalla realtà.
Achille Perilli, luglio 2008
Guerrino Siroli al Ridotto
Ancora una volta le porte del Palazzo del Ridotto si aprono per ospitare le opere di un interessante artista della nostra città. Tra i pittori contemporanei Guerrino Siroli si distingue per la straordinaria capacità di indagare e cogliere i significati più profondi della realtà attraverso particolari che, da apparentemente marginali, diventano fortemente rivelatori. Attraverso una pittura densa e materica, nelle sue tele porta avanti una riflessione sull’essenza stessa della pittura e sulla sua potenzialità di rappresentazione del mondo.
Una riflessione che, nel corso del tempo, si approfondisce e si rinnova costantemente, spinta da un amore sincero e intenso verso la propria arte, intesa come potente strumento di conoscenza e di dialogo con la realtà.
Le sue tele, molte delle quali di tessuto povero, chiedono al fruitore di oggi, spesso distratto e di fretta anche davanti alle più grandi opere d’arte, di fermarsi a guardare e a contemplare, di rallentare il passo per cogliere cosa si nasconde tra i tratti di una pittura sapiente, nel gioco tra luci e ombre. Sono sicuro che i tanti cesenati che visiteranno la mostra rimarranno colpiti dalla sua pittura profonda e, allo stesso tempo, composta, che rifiuta gli eccessi per abbracciare i particolari, alla ricerca del senso più ampio a cui essi rimandano nel loro dialogo continuo.
Giordano Conti
Sindaco di Cesena 2008
Per Guerrino Siroli “La struttura della memoria”
Potrebbe bastare il titolo per questo catalogo d’oggi, anno 2002, a suscitare un interesse in chi non abbia solo occhi per ciò che sembra rappresentare l’ufficialità artistica del momento.
“La struttura della memoria”: si sa bene che parlare di memoria, di questi tempi, è quasi, è quasi come richiamare le ombre del rimosso,passare qualche spezzone di passato-prossimo o remoto che sia non importa poi molto- nel tritatutto di quella che con scarsa fantasia si è chiamata la cultura postmoderna. Termine buono per troppi e troppo diversi usi, come si può ben capire.
Ma Guerrino Siroli a la ventura di sentirsi, ed essere, un pittore di vecchia razza.
Di quelli, per intenderci, che non si impicciano troppo di teorie e schemi critici, che non si occupano di strategie, e che ammettono perfino di non poter fare ameno di padri ideali, se non proprio di un ben diramato albero genealogico.
Parentele che si intuiscono, si scoprono, si precisano, si precisano e perché no, si coltivano, così da confermare come proprio alla pittura sia implicato il valore della memoria, e il suo pensiero ne sostenga il principio della continuità. Una questione di materia, si potrebbe dire scomodando Bergson: materia-memoria. E una questione di segni, naturalmente, riandando in modo più preciso, in questo caso, alla stagione dell’informale.
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Ecco mi sembra giusto che Siroli, se evoca in particolare il gran nome di Mario Sironi, dall’altro senta il richiamo di quella drammatica, torbida marea pittorica che fra segno e materia ha risucchiato un’intera generazione fra gli anni ‘40e’50. Altri tempi, si potrà obbiettare, ed è vero. Ma è importante, si diceva, saper individuare i propri congeneri, anche se lontani nel tempo. Non fosse che per saper prenderne consapevolmente le debite distanze, alla luce di un’altra temperie culturale, quella d’oggi. La memoria serve anche a questo.
Claudio Spadoni
Febbraio 2002
La Struttura della Memoria
Right here you made an angel of yourself,
Free-falling backwards into last night’s snow,
Indenting a straight, neat, crucified shape,
Then flapping your arms, one stroke, a great bird,
To leave the impression of wings….
Simon Armitage
A Glory
(E’ esattamente qui che facesti angelo
In caduta libera sin dentro alla neve scesa ieri sera,
tracciando in modo netto, pulito, l’impronta di una croce,
per poi battere le braccia, un colpo, un grande uccello,
e lasciare l’impronta delle ali…)
Da che parte stà Guerrino Siroli? Dalla parte della pittura, sorprendentemente legato al fare la pittura, all’universo di gesto e materia, di riflessione sui mezzi, sulle traccie da raccogliere, sulle intuizioni. Oppure Guerrino stà in una sorta di terra di mezzo dove la pittura diventa atto concettuale, azione suggerita, lasciata addensare, senza concessioni ai furori,metabolizzata, raccolta e seguita nella sua poesia casuale, nella sua bellezza struggente e luminosa. In entrambi i casi Guerrino resta comunque pittore, lontano dai rigori di ritorni all’ordine della buona pittura, indifferente alle leggi del trash contemporaneo, poco sedotto dai richiami di neologismi post pop; resta artefice di quello spazio costruito in vent’anni di lavoro paziente ed accurato, suscettibile di varianti, di prospettive diverse, ma sempre, intimamente, coerente ad un’unica storia. Se Guerrino è partito da territori dominati da una tragicità oscura e struggente di marca sironiana, ora è arrivata a perdere quella larvata ipotesi di figurazione, approdando ad un’allusione dove la materia e la struttura formale dell’opera, pur non perdendo il loro corpo e la loro gravità, si addensano attraverso uno spessore onirico, sulle tracce di una affabulazione segreta. Siroli lo segue come si segue una scrittura incantante e la mano, il gesto si innestano su morfologie sconosciute, si perdono nel labirinto di sussulti, di crepe, di fragilità ed improvvise solidità,apparentemente stordite. Apparentemente stordite perche quello di Guerrino è un gioco di maschere, nel quale il volto rimane sempre celato, nella quale la consapevolezza, il senso quasi tautologico di ciò che prende forma non viene mai messo in discussione. Così è nelle carte, nelle tele, nelle tavole e nelle stoffe impregnate di bitumi, di neri lavici, sordi e affondati dove si rivelano ectoplasmi di forme, figure, archetipi, raccolti con la complicità del caso, seguiti come un sussurro tra quinte di oscurità, un segno del prima, della superficie bianca che affiora come un fantasma, un’evocazione, nel nero delle paste polverose, dei grumi di intonaci e terre, di cenere e carbone: memorie di luce che rende fragile il buio, vanifica la sua certezza. Siroli parla di un tempo altro rispetto alla velocità cibernetica contemporanea: parla di un tempo remoto della memoria che assembla il passato, gli dà solida forma interiore, la rende pietra,sabbia, palline, pelle. Lavora seguendo le impronte, sgranando sedimenti, coaguli dalle superfici, impregnandole di pigmenti, sporcandole. E’ un processo nel quale interviene una gestualità espansa che segue le crittografie dell’insorgenza libera: macchie, segni, avvenimenti.
Reminescenze, memorie che evocano Sironi, la Transavanguardia, ma anche Fautrier e la pletora di artisti sciamani della seconda metà del novecento, Beuys, Kounellis, Nitsch, e ancora la scrittura poetica di Anselm Kiefer. Quindi ci sono da una parte la figurazione ombrosa di Sironi, l’ala meno barocca degli anni ’80 e l’informe, declinazione tutta europea dell’espressionismo astratto americano nell’amor per la materia vista nella sua carica embrionale e seduttiva, dall’altra parte quell’idea quasi taumaturgica dell’arte, dove il gesto e la teatralità assumono una rilevanza assoluta all’interno dell’opera stessa.
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Siroli da parte sua possiede una percezione quasi organica della materia, della sua insondabile esistenza, della bellezza anche estrema che può suggerire l’ordinario.
La banalità di un immagine sulla quale ogni giorno scorre lo sguardo viene percepita, o accolta forse, in modo diverso, con gli stessi occhi dell’Argonauta Linceo, occhi che riuscivano in un attimo a penetrare la profondità della terra..
E queste immagini sono tradotte in un’ottica sacrale attraverso un rituale che, se a volte può avere come strumenti spatole e pennelli, altre volte si affida a gesti diversi: Siroli piega i tessuti, li bagna nel colore e attende che si costruisca una sorte di Sindone o di Veronica, impronta di qualcosa che è stato o che, forse, è stato soltanto sognato. Attende che le immagini escano dalle superfici per seguirne la voce. E allora sono croci evanescenti, corone di spine, profili, fremiti lievi, aure luminose. E’ una scrittura imbevuta di quella stessa sacralità che già, per strade diverse, era una delle caratteristiche delle opere dalla fine degli anni ’80. Allora ad agire su quegli stessi spazi era un geroglifico di arcaismi e citazioni che davano forma ad un’universo di ierofanie cariche di potenza. Adesso il linguaggio si muove verso una sintesi maggiore, acquista un maggiore peso simbolico nell’evocazione di un mondo da afferrare attraverso la fascinazione. Fascinazione per una materia che si costruisce che si costruisce attraverso un dialogo sommesso tra gli strati, tra i differenti livelli, quasi labirintici, fatti di velature, incrostazioni, avvenimenti cromatici scelti consapevolmente, o inconsapevolmente accaduti attraverso meccanismi segreti che restano sempre nascosti, insondabili.
Eppure l’opera di Guerrino Siroli riesce sempre a essere decifrata: non è mai criptica, agisce su un doppio codice intrecciato su se stesso. Quello della materia, della sua bellezza, di quei colori che sembrano emanati lentamente dalle tele stesse,”esalati al posto giusto”, come diceva Paul Klee,e quello di un gesto pittorico, che, pur essendo carico di energia, è sempre calibrato, mirato, studiato a fondo, sia quando si raccoglie in un fremito di sapore orientale, sia quando si libera in una pennellata fluida e corposa, mai accidentale o impulsiva. Quelli di Siroli non sono palcoscenici drammatici o violenti, la sua pittura non è mai rabbiosa, ma meditata, fors’anche sofferta,ombrosamente struggente, ma sempre meditata lungamente, metabolizzata. Introiettata da uno sguardo che si spinge sino ad un cuore intimo e nascosto, ad uno spazio assolutamente interiore e sotterraneo, da rivelare con pudore nella sua distanza siderale, lontano dai mille trucchi del mondo, del nostro mondo.
E allora anche il segno scorre lungo le stesse strade, quando è sicuro, definito, e quando sembra perdersi in una giungla di automatismi ipnotici, di acrobatismi arditi: nicredo e albedo, lucido e opaco, sacro e profano, pregnanza simbolica ed istinto ludico: crea un territorio altro, immoto e silenzioso, che comunque, per vie misteriose, ci appartiene, che riconosciamo come nostro, chiuso dentro di noi.
Scrittura sacra quindi quella di queste ultime opere di Siroli, che tenta di dissolvere i confini tra cielo e terra, tra lux et umbra e ci riesce, percorrendo il sentiero di un linguaggio nel quale la brutalità della materia diventa preziosa poesia, istante prolungato di bellezza.
Il teorema di un’impronta, di quell’impronta sulla neve, inganno di un angelo caduto sulla terra, traccia di una bellezza da decifrare sulla materia soffice, pronta a dissolversi lentamente sotto i raggi del sole
Sabina Ghinassi
Febbraio 2002
“Oltre la differenza”
…La materia come possesso del quadro, si fa “traccia” in in Guerrino Siroli. Tapies, forse amato nella produzione degl’anni ’70, costruiva percorsi con insinuazioni murali e senso acuto, e percorribile, della terra che par farsi da sola e coagularsi “naturalmente”. E’ una poetica, chiaramente. Quando l’artista di Cervia allude alla casualità di uno sfregio, di una macchia per caso gettata da un passante o di una gessata di nero rimasta dai primordi della costruzione, costruisce una modellazione attenta il “gioco” del “muro trovato vicino a casa”.
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Le ipotesi dell’arte povera si sono inserite, dopo gli anni ’80, in quadri e, quindi, sono state come estratte dalla pura esigenza di un’estetica senza forma che, dalle matrici idealistiche della morte dell’arte, governava la riflessione sulle opere ritenendo, le opere, insufficienti a chiarir se stesse e ogni ipotesi di mondo esse racchiusa. Ma originale, a mio avviso, è pure la valutazione di alcuni spazi intermedi: una forma entra da un lato del quadro e incontra inusitati biancori. Solo qualche frammento di materia sembra dialogare tra l’emergenza chiara e l’occupazione laterale del campo visivo. Ma anche questa è apparenza; Quell’apparenza, sia inteso, che è già pronunciamento di un mondo. Il bianco, infatti, è ben altro che spazio vuoto: nella sua consistenza chimica assorbe ed è pronto ad aggredire “invasione” di ogni intrusione esterna. L’unità del racconto pittorico è data proprio da questa “differenza” che, appare ora evidente, è solo illusione. Segmenti di arte gestuale (di un Hartung “moderato” da equilibri mediterranei) si presentano in alcune opere recenti. Ogni “gesto”, sembra dirci Siroli, è forma in tutte le dimensioni e non è possibile, neppure nella negazione di ogni apparenza classica, non dirsi appartenenti ad una tradizione “antica”. A tal punto che i segni paleolitici sembrano aver vocazione a divenire, come in effetti avverrà, quella “storia delle forme” che Facillon esulterà come patrimonio della cultura occidentale.
Franco Patruno
Maggio 1999
Stagioni dell’Anima
…Il vasto autunno per Guerrino;
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l’autunno plastico e monumentale che guarda alla fine e all’inizio con lo stesso stabile sguardo ambiguo; l’autunno delle sue terre smorte e dilavate dai temporali interiori, dei suoi indecifrabili monumenti eretti su confini sempre stranieri; l’autunno di un anima ove anche il sorriso, spesso, non è che pianto camuffato…
Enrico Lombardi
Giugno 1995
Personale del Pittore Guerrino Siroli
Parlare di pittura oggi, viverla in un confronto quotidiano, è un’impresa quanto mai ardua e difficoltosa, soprattutto per un’artista piuttosto giovane come Guerrino Siroli. Le coordinate imposte dalla solidissima cittadella dell’arte hanno da tempo deciso di chiudersi in una riserva casellata da rituali sempre più estranianti,che, pur proponendosi come riflesso di questa contemporaneità affannata, in realtà non fanno che celebrarne il mutismo estetico, la sterilità poetica. Plotino affermava di non riconoscere l,esistenza del male, della negatività; per lui non si trattava che di semplice allontanamento nella materia, una fuga da una luce che si affievoliva sempre di più, in una lontananza opaca e densa.
La sterilità di tanta supporta arte di questi tempi è segnata da questa lontananza, da questo gioco di specchi che occulti l’assenza di talento, la mancanza di rigore dietro un velo di parole sempre più vuote. Involucri grafici segnati su un foglio bianco presentano la vacuità dei tempi moderni suggellando una catena di ‘ismi’, di’neo’, di’post’ destinata ad avvolgersi su se stessa, a dimenticarsi. E’ lo stesso ethos che governa il supermercato contemporaneo: tante etichette colorate su scatole di latta, prodotti scelti dalle analisi di mercato, pubblicità subliminale e tanta gente che riempie i carrelli,contenta di aver fatto una bella scorta di prodotti freschi. Così è il mondo dell’arte: neon, computer o cyborg-art, minimalismo ed altro ancora. L’importante è riempire il carrello di tanta arte nuova, consumarla con un palato assuefatto ai non-sapori e poi ritornare, di nuovo con il carrello, in mezzo alle luci, alle etichette colorate, portati li dai tuoi stessi rituali e dalle stesse ansie soffocate.
Per ribadire questa contemporaneità sembra essenziale per l’artista, soprattutto se giovane, asseriscono i giuri consulti dell’arte, praticare i nuovi territori come internet, il video, le realtà virtuali e quant’altro la moderna scienza mass-mediologica sia in grado di proporre alle raffinate esigenze attuali; il tutto deve essere assorbito senza il minimo spirito critico e riportato all’esterno, così com’è, visto che è sempre meglio essere criptici per avere parvenza di intelligenza presso l’esercito degli stolti.
Così la pittura è stata apparentemente la prima a deporre le armi dinanzi al vessillo della contemporaneità, giacchè era naturalmente la più scomoda e, in ultima analisi, la più brutalmente sincera. Se un pittore buono o cattivo si riconosce dal gesto, dalla pennellata, dalla resa cromatica, dal nitore formale, è indubbio che amputandogli la mano, non si correrà più il rischio di distinguere tra il bello e il brutto, tra qualità e rozzezza, ma, al contrario, si assisterà ad una piacevole e narcotizzante omogeneità. Qui tutti saranno assuefatti ad un iter teso a mettere in gioco, in mille modi diversi, l’assenza di ogni responsabilità, in primo luogo quella dell’impegno espressivo.
Sottrarsi a queste leggi diventa allora ghettizzante per un’artista, controproducente in termini di ritorno d’immagine per una galleria impegnata nel promuovere un’arte diversa da quella preconfezionata dalle multinazionali dell’arte, dalle chiacchere astratte di qualche guru dell’arte contemporanea.
Guerrino Siroli appartiene genericamente a una pittura segnata da una materia intensa e vibrante di crittografie telluriche nella quale prendono corpo figurazioni inconscie, residui inquieti di un vissuto notturno e celato, nulla a che vedere con universi di chip brulicanti o con mondi elettronici. E’ quindi un fuori moda, se si dovesse prestare ascolto alla presunta magia di un’immagine televisiva; è un escluso dal grande gioco dell’arte virtuale, dove le pedine debbono necessariamente essere tutte uguali e l’unica regola consentita resta quella di divorarsi l’uno con l’altro.
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Eppure Siroli con il suo corteo di déjà-vu fatto di materia, gesto e colore dimostra come, per molti giovani artisti, la pittura sia ancora lontano dal dichiarare la resa finale, come la pittura stia in fondo soltanto presentandosi, con una maschera ambigua, ad un gioco al massacro del quale ormai conosce tutte le leggi. Partito da un linguaggio vicino a quello di Sironi nella matericità sofferta ed oscura, Guerrino Siroli si è in seguito mosso verso una scrittura nella quale prendeva corpo una figurazione densa di richiami all’arte arcaica, grazie ad una proliferazione di crittografie, di segni nascosti, di graffiti corrosi dal tempo che invadevano superfici fatte di intonaci pesanti e ombrosi.
Non è casuale il fatto che Guerrino abbia spesso dipinto su tavola,visto che la sua ricerca è sempre stata segnata da una materia grave e pesante assorta in un titanismo solido e lontano..
Le terre grumose ed aride sembravano sussurrare come ciò che appariva sulla tela altro non fosse che il ricordo struggente di una ierofania dimenticata, di un canto antico sepolto e rievocato per una muta ed inquietante rivelazione. Nelle opere dell’ultimo biennio si assiste invece ad un mutamento nell’orizzonte espressivo; se, sino alla fine degli anni ’80, la scelta delle motivazioni iconografiche era concentrata sul recupero di una scrittura fortemente arcaizzante e, quindi, in qualche modo distaccata e rigorosa, ora il linguaggio sembra essersi spogliato da ogni concessione grafica ad elementi descrittivi o didascalici ed avere acquisito una fluidità libera e coinvolgente.
Poco importa se questo a volte si traduce nel suggerimento di un paesaggio o invece nell’assenza di richiami figurativi, adesso il colore e la pennellata, pur trattenendo una pregnanza materica di squisita consapevolezza, si muovono dando corpo a superfici ectoplasmatiche e fantasmiche dove ad improvvise accensioni rispondono repentini oscuramenti, in un rincorrersi e confondersi di certezze appena accennate e subito negate.
E’ allora che il paesaggio, la casa, il bambino si l’asciano corrodere da un gesto avvolgente che dilata le strutture formali, sciogliendole nello spazio pittorico, quasi un vento di sabbia desertiche e polveri vulcaniche si insinuasse in ogni anfratto, in ogni crepa, in ogni insenatura, smussandone le asperità, i rigori, le geometrie e consegnasse un’immagine trasfigurata . Il tempo nelle opere precedenti lasciava riemergere scritture archetipali, concedendo ad immagini sotterranee di affidarsi alla coscienza per un lungo momento. Ora questo stesso tempo appare catturato un attimo prima, nello stesso istante in cui, con più forza, esercita la sua azione distruttiva.
Oppure creativa, a seconda dei punti di vista.
Se sino all’inizio degli anni ’90 era il dopo di una memoria obliata a essere trascritto, ora nell’ordito cromatico, alto e grumoso, è il mentre che si addensa, che lambisce convulsamente ogni cosa, impadronendosi del cuore della realtà. E’ un’evocazione dell’anima tragica della bellezza, del principio di morte insinuato nel principio stesso della vita ciò che percorre il teatro soffocato di polveri calcaree di Siroli. E il gesto primario avvolgente non fa che sottolineare questa legge antica e crudele, costruendo la materia di un mondo ferito, fermandone nel tessuto cromatico la dissoluzione continua, l’agonia eterna: qui spazio e tempo affermano la loro identità e ogni confine o limite invalicabile ha perso ormai ogni potere.
Sabina Ghinassi
Novembre 1995
Lettera a Guerrino Siroli
Non è facile di questi tempi, fare il pittore; cosi come non è facile per un critico parlare di pittura. Si rischia di essere compatiti dagli zelanti cultori dell’arte di giornata che hanno in bocca solo parole per faccende multimediali e considerano la pittura solo un impiccio per “le magnifiche sorti e progressive” dell’arte del Duemila.
Ci vuole pazienza, caro Guerrino, e molta determinazione. E mi sembra che tu ne abbia, come stanno a confermare il tuo paziente tirocinio, la tua determinata intenzione di aprirti una via, tra le tante possibili, proprio all’interno della pittura.E che via hai imboccato! Una delle più impervie, difficili, forse anche ingrate, sempre sul punto di apparire quasi impraticabili, sbarrate da quei lividi o foschi macigni coi quali sembri lottare sulla tela, e che altro non sono, tu lo sai bene, fantasmi quasi ossessivi della tua memoria selettiva. Gli si potrebbe agevolmente dare anche qualche nome, a cominciare da quello , certo impegnativo di Sironi. Che un pittore ancora giovane oggi non nasconda di avvertire un’ “affinità elettiva”come questa, è un atto di coraggio che merita, di per sé, tutta la stima. Come la meritano,appunto, la pazienza e la determinazione nel sostenere un simile riferimento, nel sondarne tutte le implicazioni e accertarne le conseguenze impegnandosi in un corpo a corpo con una materia senza orpelli, la più scevra di piacevolezze; con una materia aspra, riarsa, dolente, dalle più profonde, cupe risonanze.
Ma non è solo questo il punto. Tu sei un pittore, un pittore vero, anche se atipico per questo nostro tempo; un pittore che riconoscendo senza reticenze i propri padri ideali, ne fa un punto d’arrivo ma di partenza.
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Che, insomma, mentre dichiara l’identità loro, cerca ancora più accanitamente quella propria, accettando tutti i rischi che comporta una simile via.
Che non ammette scorciatoie, lo sai bene; piuttosto sollecita sviluppi ulteriori proprio là dove possa apparire quasi bloccata tra estreme masse o larve figurali e il loro franare in una matericità non lontano dall’informale. Saprai che ti aggiri comunque tra ombre di un passato che è sempre più difficile restituire all’attualità. Tu parli, con la tua pittura, di spessori, di profondità, di luoghi carichi di corrispondenze,quando oggi è l’epidermide, la pelle delle cose, con tutti i belletti e le ciprie e i lustrini possibili, a catturare occhi che non sanno più guardare la pittura. E la tua è la meno adatta ad occhi teledipendenti. Per chi creda ancora nella pittura, dovrebbe essere un vanto, e un motivo in più per tirar dritto sulla strada intrapresa.
Claudio Spadoni
Novembre 1995